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Lettera di Gino Nicolais al "Corriere della Sera" sui temi della Ricerca

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Caro Direttore

ieri sul tuo giornale è stato dato ampio spazio al tema della formazione: dall’articolo sui “professori stranieri” agli interventi di Raffaele Calabrò sulla fuga dei cervelli e di Saverio Salerno sul rapporto Regione - formazione. È stato detto molto evidenziando in tal modo la centralità e l’attualità del tema anche in tutte le contraddizioni e i limiti che lo caratterizzano a livello locale e nazionale. Da qui, a mio avviso, la proposta di avviare, attraverso anche il tuo giornale, un serrato confronto tecnico e politico super partes che vada oltre le singole posizioni ed idee.

È evidente, infatti, il ritardo culturale, organizzativo, infrastrutturale, economico e comportamentale dell’intero Paese su questo tema.

Ci trasciniamo un nutrito e pesante bagaglio di criticità che non potrà essere disfatto dall’attuale proposta di riforma universitaria. Questa, ancora una volta e come le precedenti, affronta i problemi decontestualizzandoli, senza disporre di una visione di insieme e di lungo periodo; senza assumere quelle necessarie, e spesso dolorose, scelte di contrasto e di discontinuità ben note a quanti nel mondo della ricerca vivono ed operano.

Di questo mondo sono noti a tratti i mali e le cause, sicuramente gli effetti, che di volta in volta si presentano sotto nome e forme diverse: autoreferenzialità, distorsione dell’autonomia, baronie, brain drain, brain waste, precariato, concorso e commissioni, formazione come ammortizzatore sociale … Un repertorio di doglianze e problematiche, ricco e ben articolato, che trova sempre puntuali terapie di contrasto, efficaci nel brevissimo periodo, spesso però fintroppo devastanti per gli effetti collaterali.

In venti anni e più, dal primo tentativo sistemico di riforma con Antonio Ruberti – il leggendario quadrifoglio -, si è intervenuto, ormai non so’ più quante volte con leggi delega, disegni di legge, leggi, decreti e quanto altro.

Per questo e, per rimanere solo agli articoli di ieri, non potranno essere i 100 docenti stranieri a “internazionalizzare” gli atenei campani, né potranno questi da soli o insieme ad altre neonate strutture formative di eccellenza bloccare la fuga dei cervelli. Così come è davvero urgente attivare la delega alle Province sulla filiera della formazione per rendere più fluido e dinamico il rapporto con il territorio.

Da qui, ripeto, la necessità e l’urgenza di confrontarci. Ed aggiungo, con onestà, rigore e responsabilità intellettuale, avendo a cuore le sorti delle future generazioni, la qualità della ricerca, la competitività del Paese.

Sappiamo bene che le differenze sono fra buona e cattiva ricerca, fra ambiente favorevole all’innovazione e ambiente conservatore; fra finanza pronta a rischiare di proprio sulle idee accollandosi anche l’alea di un possibile insuccesso e finanza conservatrice e autotutelantesi, fra imprenditoria hi-profile, capace di valorizzare e contrattualizzare adeguatamente il personale laureato, e imprenditoria low-profile, fra normative e amministrazioni intelligenti e il loro contrario … E interrompo bruscamente una litania dei contrari possibili per ricordare, non da ultimo, lo strabordare degli stili di vita e dei modelli mediaticamente, e quindi ontologicamente, vincenti che hanno relegato formazione e conoscenza sempre più in basso nella scala di valore del successo sociale. Così come i luoghi comuni: dalla fuga dei cervelli al mito dello “straniero” in quanto tale, dal campo di calcio al campus.

La mobilità scientifica se è, e deve restare, un valore caratterizzante il percorso formativo, continuo e ricorrente, non deve trasformarsi nelle sue aberrazioni - precariato, emigrazione, rottura dei legami familiari, dramma personale - né deve essere opportunità riservata a pochi privilegiati, favoriti da reddito o provenienza. Va da sé, poi, che se un paese, una regione, una città, esprime scarsa vocazione imprenditoriale innovativa, chiusura economica, rarefazione produttiva, sottooccupazione, bassa qualità di vita, … diventa progressivamente sempre meno attraente e poco o nulla potranno fare le locali università, anche se contrattualizzassero più di un premio Nobel.

Come a nulla serviranno i soli docenti stranieri, se gli stessi non sono eccellenze in settori disciplinari dinamici e di frontiera, se i corsi continueranno ad essere monolinguistici e non si attiveranno network internazionali di mobilità, scambio, interazione e riconoscimento dei percorsi formativi.

Per questo, ma non solo, occorre cambiare rotta attraverso una radicale svolta culturale e normativa che ripensi l’intero ciclo della formazione come ad un unicum continuo e permanente: dall’asilo fino al tempo libero della pensione, pienamente inserito, tutelato e valorizzato da sistemiche politiche territoriali, produttive e di welfare.

Sarebbe auspicabile,infine, che questo confronto partisse dalla Campania, dove la ricerca – e di conseguenza l’intera filiera della formazione e dell’innovazione - ha buone possibilità di ascolto.

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 06 Aprile 2010 08:33 )  
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